Perché la gente crede alle bufale?
Sì, parlo con te che stai additando il tuo vicino. Perché, prima o dopo, ci cadiamo - o cadremo tutti.

Lo slogan "Un computer in ogni scrivania" era un grido geek che tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, fu fatto proprio da gente come Bill Gates e Steve Jobs.

Era uno slogan che sì votato al loro successo personale, ma andava ben oltre: era una visione di libertà, di estensione delle capacità individuali degli esseri umani, grazie ad uno strumento che prometteva la liberazione dalla schiavitù di compiti noiosi e grandi possibilità di evoluzione.

40 anni dopo quel sogno è diventato, almeno nei paesi industrializzati, un ricordo che, agli occhi di un teenager, non è tanto differente dalle odi romantiche di Foscolo.

Un computer in ogni tasca e in ogni borsetta del mondo, è la realtà con la quale conviviamo. Lo smartphone, i tablet e tutti i dispositivi smart hanno permesso a masse enormi di popolazione di "acceder ad internet", di usare quel piccolo computer per cose utili e di accedere a nuove informazioni, informazioni che, prima di avere un computer con accesso ad internet, erano lontane e a puro appannaggio di chi, per lavoro, andava a cercare informazioni e a raccoglierle. Anzi, neppure. Era prima inimmaginabile.

Purtroppo i forum, i newsgroup, i blog e, sopratutto Facebook, hanno dimostrato che la maggior parte delle persone non è pronta. O avrebbe potuto benissimo farne a meno.
Sono successe infatti due cose: tutti sono diventati potenziali produttori di contenuti fruiti dagli altri e tutti sono diventati consumatori di una mole di informazioni inaccessibili prima.

Questo, ovviamente, ha prodotto una duplice dinamica: una sterminata produzione di contenuti di scarsa qualità (logica, sintattica, ortografica, culturale etc..) e uno sterminato seguito di gente che legge a caso e poi pretende di sapere. E' interessante vedere come l'ignoranza (ovvero l'ammettere di non sapere e di non conoscere un tema), nei discorsi su Facebook non esista.

In un mondo così vario, la cui qualità media degli scrittori e dei lettori tende verso il basso, qualcuno ne approfitta per fare business. L'uomo ha un capacitò innata di fare soldi sull'ignoranza altrui. Nascono così siti votati alle bufale con il solo scopo di creare accessi al sito ed incassare dagli inserzionisti pubblicitari. Il risultato è che le notizie false, palesemente inventate per normodotati, vengono condivise e discusse alla stregua di quelle vere.

Il sogno dl computer in ogni scrivania e in ogni casa si è avverato. Ma, con il senno di poi, sarebbe stato come sostenere l'eticità di un'arma in ogni famiglia del mondo. Se prima di Facebook potevate essere d'accordo, credo abbiate oggi capito che questo sarebbe un'importante passo verso l'estinzione.

Ma perché le persone credono a queste bufale e non sono in grado di capire che ci sono siti dedicati a questo business che trasformano la dabbenaggine dei lettori in soldi?

In molti si interrogano e tentano di dare risposte.

Su Wired, per esempio, si parla di un gruppo di ricercatori delle Università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston, che ha cercato di inquadrare il ruolo e le dinamiche delle bufale diffuse da troll su Facebook

"Abbiamo scoperto - si legge nella ricerca intitolata ‘Collective Attention in the Age of (Mis)Information’ (pdf), «che la maggior parte degli utenti che interagiscono con i memi prodotti dai troll è composta principalmente da utenti che interagiscono con le pagine di informazione alternativa [..] nella ricerca si dimostra che i pattern dell’attenzione sono simili di fronte a contenuti diversi nonostante la differente natura qualitativa delle informazioni, il che significa che le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate. I dibattiti scaturiti da ogni singolo post, misurati dalla distanza temporale tra il primo e l’ultimo commento, non fanno eccezione: permangono allo stesso modo indipendentemente dal fatto che l’argomento sia il prodotto di una fonte ufficiale o meno... Inoltre si nota che più il numero di affermazioni prive di fondamento in circolazione è elevato, più utenti saranno tratti in inganno nella selezione dei contenuti".

Ma perché persone che quando incontriamo per strada e con le quali abbiamo sempre avuto rapporti civili e cordiali, alcuni anche nostri amici che ci fanno passare delle splendide serate, quando sono su web credo a queste panzane e le condividono? Potrebbe essere la sindrome da complotto, come sostiene Vignotto:

"Per alcuni, questa pozione è un tossico che genera compulsioni ossessive a "unire i puntini" (la Trilaterale! Le scie chimiche! Il signoraggio bancario!), ma ai più causa una semplice assuefazione soporifera: Supermario o i Monti dell'albergo Bilderberg, la tassa sui cani, tutto rientra nella normalità.
O meglio: tutto rientra nel normale senso di impotenza di cui siamo vittime. Per la crisi, per il troppo di informazioni, per la Goldman Sachs, per la Trilaterale e le banche che decidono le nostre sorti, per gli alieni che ci rapiscono nel sonno e  ci sostituiscono con un clone che continuerà a scrivere cazzate sui social network al posto nostro."

Sulla diffusione delle bufale ci sono delle belle riflessioni in questo articolo

"Oggigiorno c'è chi vive di "sitarelli alternativi" e non concepisce il significato del termine PROVA, come non concepisce il significato del termine RICERCA SCIENTIFICA e che crede di spiegare il tutto basandosi solo sulla PROPRIA intuizione a sua volta basata sulla fuffa dei "sitarelli alternativi". Senza contare la mania di spiegare la mancanza di prove dietro alle bufale come il risultato di un COMPLOTTO.
E soprattutto, c'è la cattivissima abitudine di non andare a CONTROLLARE le affermazioni che si leggono, dando per scontato che le affermazioni clamorose che si leggano siano vere. Tutto ciò provoca la diffusione e l'affermazione delle bufale: la gente vedendo una bufala riproposta innumerevoli volte da innumerevoli fonti, finisce automaticamente per pensare che sia tutto VERO...
D'altronde, una bugia detta una volta è una bugia, detta cento volte diventa una verità: su questo principio ruota gran parte della disinformazione esistente, che fa in modo che le persone credano in cose false, diverse dalla verità.

Esiste un meccanismo psicologico che è alla base di tantissime spiegazioni fantasiose che ricorrono quando mancano le informazioni sufficienti per un individuo che assiste ad un evento, e cioè: quando un individuo si trova davanti un evento che lui non riesce a spiegare tenderà ad interpretare l'evento utilizzando la fantasia. È superfluo aggiungere che questo meccanismo scatta quando una persona, rispetto ad altri, non ha le informazioni, la capacità o la cultura per spiegare una data cosa, e quindi le cose che sarebbero spiegabili in modo normale trovano invece una interpretazione fantasiosa.
Questo meccanismo maledetto è alla base di tantissime storie fantasiose e di tantissime bufale che partono da persone che sono in buona fede, e ne sono estremamente toccati i campi dei misteri, del paranormale, degli UFO, dei complotti e della religione.
Ma questo meccanismo fa si anche che si accettino bufale elaborate da altri per interpretare fatti che all'individuo sembrano inspiegabili"

Il fenomeno ha raggiunto in questi anni fenomeni preoccupanti, diventando un vero e proprio problema sociale. La disinformazione fa danni, sotto molteplici punti di vista.
Le bufale sono socialmente pericolose, perchè abituano il lettore a far prevaler il alto isterico e abbassano l'intelligenza media della popolazione e perchè deligittimano alcuni temi sulle quali si concentrano spesso. Ce lo fa notare Alessandro Damiano Sabatino, spiegandoci perchè dobbiamo combatterle:

"Le bufale hanno un difetto, grosso peraltro: abituano il lettore a far prevalere il lato isterico-emotivo sul lato razionale, e dunque abbassano il quoziente intellettivo medio. La bufala fa leva sulla paura: della morte e delle malattie. Lo fa con una tecnica di suggestione, senza portare mai prove decisive per argomentare la propria teoria. Spesso inoltre confonde i piani, utilizzando a casaccio termini scientifici (sono le classiche supercazzole).

Secondo, attuano una separazione netta tra, da una parte, una fetta di popolazione che non crede alle bufale ma che è talmente vaccinata alle suddette che quando arriverà un allarme vero non ci crederà; dall’altra vi sarà un’altra fetta di popolazione a cui, utilizzando le giuste parole (un po’ di “quantistica” di qua, un po’ di “relatività” di là), si potrà far credere senza troppo sforzo che la Luna è fatta di formaggio francese [...]

Il terzo motivo riguarda specificamente uno dei temi di cui mi occupo, l’ambiente, ma che si applica perfettamente anche alla medicina. In questi due campi le bufale sono pericolosissime: le bufale sull’ambiente vanno per la maggiore ultimamente, dalla bufala delle armi chimiche gettate in mare a quella delle scie chimiche passando per mille altre.
Le bufale “ambientaliste” delegittimano le reali politiche ambientaliste..."

Sono nati siti e pagine su Facebook che tentano di raccogliere e spiegare le bufale online:

Bufale un Tanto al Chilo 

Straker Enemy

Il Disinformatico

BonsaiKitten

Ora, non sono un grande sostenitore dell'interventismo governativo/statale. Ma bisogna rendersi conto che nella società dell'informazione siti che si dedicano a fare business creando notizie false andrebbero chiusi. Non sto parlando di siti che possono incappare nella falsa notizia o di chi sostiene tesi insostenibili. Sto parlando di quei siti che hanno fatto dell'invenzione e della distribuzione di notizie false IL modello di business. Purtroppo ci addentriamo in un campo molto pericoloso, quello della libertà d'espressione e d'informazione, dove i confini potrebbero non essere così netti.

E voi che ne pensate? Cosa fareste per arginare il problema?

Scritto da Giovanni Fracasso

Mi occupo dello sviluppo strategie inbound marketing & sales. Affianco le aziende nel loro processo di digital marketing (blog, contenuti, call-to-action, landing page, SEO) all'interno di una strategia che punti all'aumento dei visitatori, della conversione in lead e trasformazione in clienti.

Giovanni Fracasso